Il Monte Analogo e la soluzione di Luglio

L’arrivo di una risposta esatta già pochi minuti dopo l’invio della newsletter/quiz, mi aveva fatto pensare che i miei indizi fossero, tutto sommato, semplici da riconoscere. Valutazione completamente errata, dato che solo Diletta, ebbene si proprio lei, ha riconosciuto il romanzo, Il Monte Analogo, di Renè Daumal.

Ho letto questo libro da ragazzo, ricevendolo da un amico che acquistava qualsiasi libro avesse nel titolo il sostantivo montagna, fiducioso del fatto che si trattasse di un “libro di montagna”. Lui ne rimase profondamente deluso,  era già capitato con “La Montagna Incantata”, gli sembrò che il racconto non entrasse mai nel vivo, e ciò mi permise di avvicinarmi a un autore che, nei mesi successivi mi fece scoprire scrittori come Guenon e Gurdjeff, in una classica spirale letteraria anni ’70, con appendice cinematografica dato che il famoso film “La Montagna Sacra” di Jodorowski è una sorta di risposta al romanzo.

Il risvolto di copertina di Adelphi recita così:

Un gruppo di singolari ed esperti alpinisti, certi dell’esistenza, in qualche parte del globo, di una montagna la cui vetta è più alta di tutte le vette, decide un giorno di partire da Parigi per tentare di scoprirla e di darne la scalata. Dopo una navigazione «non euclidea», a bordo di un’imbarcazione chiamata l’Impossibile, gli esploratori approdano nell’isola-continente del Monte Analogo, dove trovano una popolazione, dagli usi apparentemente stravaganti, che discende da uomini di tutti i tempi e che, come loro, vive ormai, soltanto, nella speranza di scalare la vetta. Un breve soggiorno nel villaggio di Porto-delle-Scimmie, e il gruppo dei nostri alpinisti intraprende l’ascensione, arrivando in vista del campo base. A questo punto il racconto s’interrompe: siamo soltanto all’inizio di un viaggio – che forse è sempre, continuamente, all’inizio – quando la morte coglie René Daumal, l’autore di questa storia, impedendogli di descrivere il seguito della scalata al monte simbolico che unisce la Terra al Cielo.

Sotto le parvenze di un romanzo d’avventure, o di un racconto fantastico, Il Monte Analogo, pubblicato postumo nel 1952, ci offre una «metafisica dell’alpinismo» che è, anche, un itinerario minuzioso, lentamente maturato nelle esperienze dell’autore, verso un centro, sentito come liberazione della persona da ogni suo limite, verso una vetta in cui, al disopra di ogni specifica contraddizione, ciascun uomo attui le proprie umane possibilità. Con la leggerezza propria del saggio, facendo uso nel racconto di storie, canzoni, deduzioni, miti e dimostrazioni, Daumal trasporta il lettore nel regno dell’analogia, dove niente è vero ma tutto è veridico, per un parallelismo tra realtà raggiunta e realtà raggiungibile attraverso un metodo (cioè: il «mettersi sulla via») che fa cadere i nostri schemi difensivi e ci porta a contemplare con occhi nuovi il nostro paesaggio interiore.

Durante la lettura del romanzo ci si imbatte nella parabola degli uomini-cavi, capolavoro visionario, che riporto di seguito.

Gli uomini-cavi abitano nella pietra dove circolano come caverne vaganti. Nel ghiaccio passeggiano come bolle dalla forma d’uomo. Ma non si avventurano nell’aria, perchè il vento li porterebbe via.

Hanno delle case di pietra con i muri fatti di buchi e delle tende nel ghiaccio la cui tela è fatta di bolle. Di giorno rimangono nella pietra e di notte errano nel ghiaccio, dove danzano al plenilunio. Ma non vedono mai il sole, altrimenti scoppierebbero.
Non mangiano che il vuoto, mangiano la forma dei cadaveri, si inebriano di parole vuote, di tutte le parole vuote che noi pronunciamo.
Alcuni dicono che sempre furono e sempre saranno. Altri dicono che sono dei morti. E altri ancora dicono che ogni uomo vivente ha nella terra il suo uomo-cavo, come la spada ha il suo fodero, come il piede ha la sua impronta, e che, alla morte, essi si ricongiungono.

Nel villaggio di Cento-case vivevano il vecchio prete-stregone Kissé e sua moglie Hulé-hulé. Avevano due figli, fue gemelli che niente permetteva di distinguere, che si chiamavano Mo e Ho. La madre stessa li confondeva. Per riconoscerli, nel giorno dell’imposizione dei nomi, a Mo avevano messo una catenella con una piccola croce, a Ho una catenella con un anellino. Il vecchio Kissé aveva una grande preoccupazione inespressa. Secondo l’usanza, doveva succedergli il figlio maggiore. Ma qual era il figlio maggiore? E aveva poi un figlio maggiore?
All’età dell’adolescenza, Mo e Ho erano degli esperti alpinisti. Li chiamavano i due Passe-partout.
Un giorno il padre disse loro: “A quello che di voi mi porterà la Rosa-amara, a lui trasmetterò il grande sapere”.
La Rosa-amara sta sulla cima dei più alti picchi. La lingua brucia, a colui che ne ha mangiato, appena sta per dire una bugia ad alta o bassa voce. Può ancora dire bugiem ma allora è preavvertito. Alcune persone hanno scorto la Rosa-amara: assomigliano, a quanto raccontano, a una specie di grosso lichene multicolore o a uno sciame di farfalle. Nesssuno ha mai potuto prenderla perchè il più piccolo fremito di paura nelle sue vicinanze la spaventa, ed essa rientra nella roccia. Ma, pur desiderandola, sia ha sempre un po’ di paura nel possederla, e subito sparisce.
Per parlare di un’azione impossibile o di una impresa assurda, si dice: “è come cercare di vedere la notte in pieno giorno”, oppure: “è come voler illuminare il sole per vederlo meglio”, o ancora, “è come tentare di cogliere la Rosa-amara”.

Mo ha preso le sue corde e il suo martello e la sua ascia e dei ganci di ferro. Il sole l’ha sorpreso sui fianchi del picco Fora-nubi. Talvolta come una lucertola e talaltra come una ragno, si arrampica lungo le alte pareti rosse, tra il bianco delle nevi e il azzurro-nero del cielo. Nubi piccole e veloci lo avvolgono di tanto in tanto, poi d’un tratto, lo restituiscono alla luce. Ed ecco che poco al di sopra di sè egli vede la Rosa-amaram che brilla di colori che non sono dei sette colori. Egli si ripete senza sosta l’incantesimo che gli ha insegnato suo padre e che lo protegge dalla paura.

Qui ci vorrrebbe un chiodo con una staffa per inforcare questo cavallo di pietra impennato. Picchia col martello e la sua mano sprofonda in un foro. C’è un incavo sotto la pietra. Spezza la crosta di roccia e vede che quell’incavo ha la forma di un uomo: un tronco, gambe, braccia, e incavi a forma di dita allargate come dal terrore, ed è la testa che egli ha perforato con un colpo di martello.

Un vento gelido passa sulla pietra. Mo ha ucciso un uomo cavo. Ha avuto un fremito e la Rosa-amara è rientrata nella roccia.
Mo ridiscende al villaggio e dice a suo padre: “Ho ucciso un uomo-cavo. Ma ho visto la Rosa-amara e domani andrò a cercarla”.
Il vecchio Kissé diventò cupo. Vedeva in lontananza le disgrazie avvicinarsi in processione. Disse: “Fai attenzione agli uomini-cavi. Vorranno vendicare il loro morto. Nel nostro mondo, non possono entrare. Ma possono arrivare fino alla superficie delle cose. Diffida della superficie delle cose.”
All’alba dell’indomani Hulé-hulé, la madre, lanciò un grido tremendo e si alzò e corse verso la montagna. Ai piedi della grande muraglia rossa giacevano i vestiti di Mo, le corde, il martello, e la sua medaglia con la croce. E il suo corpo non c’era più.
“Ho, figlio mio!” gridò “figlio mio, hanno ucciso tuo fratello”.
Ho si erse, stringendo i denti, la pelle del cranio si raggrinziva… Afferra l’ascia e vuole andare. Suo padre gli dice: “Prima, ascolta. Ecco quello che bisogna fare. Gli uomini-cavi hanno preso tuo fratello. L’hanno mutato in un uomo cavo. Egli vorrà sfuggire da loro. Andrà a cercare la luce ai seracchi del Ghiacciaio limpido. Mettiti al collo la sua medaglia e la tua. Va’ verso di lui e colpisci alla testa. Entra nella forma del suo corpo. E Mo rivivrà tra di noi. Non aver paura di uccidere un morto.”

Nel ghiacciaio azzurro del Ghiacciaio limpido, Ho scrutò cib gli occhi spalancati. E’ un gioco di luce, o sono i suoi occhi che si confondono, o vede bene quello che vede? Vede forme argentee, come tuffatori unti d’olio nell’acqua, con gambe e braccia. Ed ecco suo fratello Mo, la sua forma cava che fugge, e mille uomini.cavi lo inseguono, ma hanno paura della luce. La forma di Mo fugge verso la luce, sale in un grandde seracco azzurro e gira su se stessa come per cercare una porta.
Ho si slancia, anche se gli si gela il sangue e gli si spezza il cuore, – egli dice al suo cuore: “non aver paura di uccidere un morto” – colpisce alla testa perforando il ghiaccio. La forma di Mo si fa immobile, Ho fende il ghiaccio del seracco ed entra nella forma del fratello, come una spasa nel suo fodero, come un piede nella sua impronta. Lavora di gomiti e si scuote e libera le sue gambe dallo stampo di ghiaccio. E sente se stesso pronunciare parole in una lingua che non ha mai parlato. Sente di essere Ho e Mo nello stesso tempo. Tutti i ricordi di Mo sono entrati nella sua memoria, insieme con la via del picco Fora-nubi e con la dimora della Rosa-amara.
Con il cerchio e la croce al collo, torna accanto a Hulé-hulé: “Madre, non farai più fatica a riconoscerci, Mo e Ho sono nello stesso corpo, io sono il tuo unico figli Moho”.
Il vecchio Kissé pianse due lacrime, il suo viso si distese. Ma un dubbio ancora voleva risolvere. Disse a Moho: “Tu sei il mio unico figlio, Mo e Ho non devono essere più distinti”.
Ma Moho disse con sicurezza: “Ora io posso raggiungere la Rosa-amara. Mo sa la via, Ho sa il gesto da fare. Padrone della paura, avrò il fiore del discerinimento”.
Colse il fiore, ebbe il sapere, e il vecchio Kissé poté abbandonare questo mondo.

Da Il monte analogo, a cura di Claudio Rugafiori, Milano, Adelphi, 1968, pp.80-85.

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